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lunedì 4 marzo 2019

Progetto di Programma del Partito Comunista Italiano (ricostituito)

Pubblichiamo stralcio dal Progetto di Programma del Partito Comunista Italiano (ricostituito) elaborato dalla Commissione per la elaborazione e la stesura del progetto di programma del partito comunista, a cura di Questioni del Socialismo, 2001

La crisi generale del sistema capitalistico e il declino della borghesia imperialista Nel mondo del lavoro, dove si crea la ricchezza materiale per lo sviluppo sociale ed economico, le contraddizioni del capitale si scoprono rovinose. Se le statistiche insistono sul recupero della produttività, che tradotto in termini sociali corrisponde alla diminuzione dell'occupazione e all'aumento dello sfruttamento, per contro la dinamica salariale e delle pensioni rimane al di sotto della percentuale di inflazione:cresce il numero degli infortuni mortali e degli invalidi permanenti da lavoro; aumenta la massa dei precari, dei sottopagati, dei lavoratori senza la minima tutela. La campagna martellante sulla flessibilità del mercato del lavoro e sulla competitività delle imprese, è la metafora della dichiarazione di guerra del padronato contro i diritti dei lavoratori, in difesa dei quali i sindacati oppongono solo una tenue resistenza verbale. La politica economica dei governi, siano essi marcatamente moderati o di profilo riformista, si può ricondurre. con sfumature diverse, agli interessi della borghesia imperialista. In queste condizioni, i governi sono destinati a rimanere ostaggio delle multinazionali e delle banche, e, proporzionalmente al crescere dello strapotere dei monopoli, tendono a diventarne direttamente l'esecutivo politico. Il processo di acutizzazione della crisi non può estendersi ulteriormente nell'ambito delle attuali forme istituzionali, del sistema normativo e rappresentativo. Il capitale ha bisogno di liberarsi da ogni sorta di vincolo per potersi espandere, per poter soggiogare il proletariato, mentre nell'ordinamento sociopolitico attuale vede ormai una forte limitazione. La corsa al superamento dello stato sociale, alla deregolamentazione, alla ricerca di formule istituzionali per mantenere al potere una classe screditata e parassitaria, cresce parallelamente allo sviluppo della crisi socioeconomica. La fine dell'URSS ha generato una violenta scossa nell'assetto socioeconomico del mondo intero e gli effetti a catena non hanno tardato a manifestarsi: una crisi profonda, generale, ha investito immediatamente un gran numero di paesi; il movimento di liberazione nazionale ha subito uno sbandamento grave dall'Africa all'America Latina; il capitalismo ha messo in moto un processo di ristrutturazione per adeguare le regole del libero mercato alla nuova situazione internazionale; diversi partiti di tradizione operaia, formalmente antagonisti al sistema capitalistico, hanno completato definitivamente la metamorfosi in partiti di stampo liberale. Con l'avallo della sinistra riformista sono state varate una serie di leggi che colpiscono le pensioni ed erodono i diritti dei lavoratori, i bilanci dello Stato sono stati tagliati a scapito della previdenza, delle prestazioni sanitarie e del diritto all'istruzione. Il welfare, nonostante i dati diffusi sulla crescita del prodotto interno lordo, nonostante gli incrementi dei profitti delle imprese, nonostante la produzione industriale registri costanti aumenti, nonostante la disponibilità liquida di enormi capitali che si trasferiscono da una borsa all'altra, pare sia diventato un lusso che i paesi più ricchi del mondo non possono permettersi! Tra le questioni emergenti del processo di disgregazione sociale, si distingue la questione dell'emigrazione, lo spostamento di masse di persone dai paesi sottosviluppati verso i paesi industrializzati. E' un problema che implica anche aspetti di ordine pubblico, ma le cause e gli effetti pongono sotto accusa il caotico sviluppo del capitalismo. Oggi l'immigrato è semplicemente uno strumento a basso costo da introdurre nel ciclo produttivo (o da sfruttare ignobilmente come oggetto di "piacere" per i cittadini alienati dal grigiore culturale del capitale). La preoccupazione dei neomalthusiani di controllare "la grande invasione" è controbilanciata dalla considerazione che il mercato delle braccia offre manodopera a buon prezzo. Lo squilibrio tra paesi industrializzati e paesi sottosviluppati produce un flusso simmetrico di capitali e forza-lavoro che arricchisce le multinazionali e trasforma i popoli in merce. L'esistenza di paesi economicamente sottosviluppati, afflitti da situazioni di miseria endemica, è il presupposto necessario perché gli Stati imperialisti possano sottrarre risorse umane e materiali, imporre monocolture, attuare una politica creditizia soffocante, impedire uno sviluppo equilibrato ecologicamente compatibile, schiacciare con la repressione ogni movimento di protesta contro le condizioni inumane di vita e di lavoro, rientra precisamente nel metodo di dominio dell'imperialismo che mantiene questi paesi in uno stato di assoggettamento paralizzante. Nei paesi industrializzati la situazione di tensione sociale origina grandi movimenti spontanei: operai dell'industria che lottano per la salvaguardia dell'occupazione e per gli aumenti salariali, lavoratori a riposo che protestano contro l'erosione del potere d'acquisto delle pensioni; disoccupati organizzati che invocano una politica per la creazione di posti di lavoro; studenti che manifestano per la difesa del diritto all'istruzione; centri sociali e associazioni di varia natura che contestano il sistema esprimendo il forte disagio di periferie urbane degradate; ecologisti che esigono una seria attenzione ai problemi ambientali; agricoltori e allevatori che denunciano con rabbia la politica delle Iobby dell'alimentazione. In questa situazione di malcontento generalizzato si inseriscono alcuni partiti politici il cui intento è quello di dirottare le masse verso obiettivi completamente distorti. Tutti i mezzi che la classe dominante utilizza per condizionare il proletariato, per impedirgli di reagire razionalmente di fronte al progressivo deterioramento dei rapporti sociali, possono solo rallentare ma non impedire il processo di decadimento della formazione capitalistica che già volge al tramonto. Nel momento in cui i governanti non saranno più in grado di governare, e i governati si porranno la questione di sostituire i governanti e cambiare modo di governare, la crisi del capitalismo avrà raggiunto il suo culmine. La rivoluzione tecnica e scientifica nell'ambito del dominio della borghesia imperialista, oggi dedita solamente al conseguimento del massimo profitto economico al di là del lo sviluppo necessario e compatibile con le risorse naturali che offre l'ecosistema, attrezza incessantemente l' imperialismo per la sua brama insaziabile di potere e di conquista, promuove la crisi generale del sistema, incapace di governare le forze centrifughe che esso stesso alimenta. A questo punto una domanda è d'obbligo: hanno fondamento le ragioni di coloro che oggi ritengono il capitalismo un sistema sociale prossimo al collasso? Non vorremmo commettere lo stesso errore di chi, nel movimento comunista internazionale intorno alla metà del secolo appena trascorso, era convinto che il capitalismo stesse per crollare. Una tale convinzione, alimentata da una sorta di determinismo filosofico, oltre a rivelarsi errata dal punto di vista temporale, ebbe delle conseguenze assolutamente negative nella strategia e nella tattica dei partiti comunisti sia al potere che all'opposizione. Tuttavia, oggi il quadro della situazione si presenta sufficientemente chiaro e abbastanza definito. Non si tratta di rilevare semplicemente i fatti, ma di argomentare come dietro a questi fatti si muova la società e in quale direzione. Nei paesi del capitale, dove la cibernetica, la robotica, l'informatica e la telematica trovano larga applicazione nei processi di produzione, il proletariato ha raggiunto una preparazione tecnica relativamente elevata. L'allargamento della produzione di massa, la disponibilità pressoché illimitata di ogni genere di consumo, rende apparentemente credibile la diffusione di un benessere accessibile alla maggioranza delle masse. Questo è il quadro che appare immediatamente alla superficie della società dei consumi. Ma come ha insegnato Marx, ogni scienza sarebbe superflua se i fenomeni coincidessero direttamente con la loro essenza. Limitarsi a questo tipo di valutazioni, porrebbe infatti l'osservatore in un angolo visuale angusto, poiché analizzerebbe un complesso di fenomeni in modo acritico, attribuendo al capitalismo una sembianza statica ed uniforme, che negherebbe lo stato attuale della situazione generale a livello mondiale. In sostanza, il capitalismo "dal volto umano" (se mai è esistito) è scomparso per sempre, con buona pace dei vecchi e nuovi riformisti che tentano disperatamente di temperare la barbara anarchia del libero mercato. La sete di profitto dei monopoli, ovvero la sottomissione selvaggia dell'uomo agli interessi del capitale, non conosce pudore, come dimostra la vergognosa mercificazione di centinaia di milioni di bambini. Con l'avanzamento rivoluzionario della scienza e della tecnica, che permette alla produzione di immettere sul mercato masse sempre crescenti di prodotti, le crisi da sovrapproduzione non possono che essere sempre più acute e profonde. La tensione di tutte le contraddizioni generate da un modo di produzione il cui obiettivo è solo il profitto (ovvero la creazione dei valori di scambio) converge ineluttabilmente verso un punto di rottura, chiamando il proletariato ad assumere il ruolo di classe rivoluzionaria, che dirige la trasformazione verso un sistema sociale nuovo, proiettato necessariamente alla soppressione della classe degli sfruttatori. Anche se il capitale è riuscito temporaneamente a guadagnare l'arretramento delle posizioni già conquistate dal proletariato, tutte le gravi e insanabili contraddizioni che ne determinano lo stato di strutturale instabilità permangono in vita nella loro carica dirompente. Possiamo affermare che la controrivoluzione, cioè la forza della reazione borghese che ha arginato la spinta rivoluzionaria del proletariato, ha sospinto tali contraddizioni ad un livello ancora più acuto, poiché ha reso macroscopico il solco di disparità tra gli stati capitalistici più avanzati e il resto del mondo; ha elevato all'ennesima potenza il carattere usuraio del capitale finanziario; ha accentuato la crisi socioeconomica nei paesi di vecchia industrializzazione con l'aumento della disoccupazione, del depauperamento del proletariato, del tracollo inesorabile del sistema di tutela sociale; ha trasformato i paesi che hanno abbandonato il socialismo per restaurare il capitalismo, in terra di razzie per bande di affaristi, avventurieri e malavitosi; ha aperto altri conflitti armati in diverse aree del mondo. Nel volgere di un tempo relativamente breve il capitalismo ha trasformato l'intero pianeta in un enorme mercato per il reperimento delle materie prime e per lo sbocco dei prodotti finiti, in una corsa esasperata verso il massimo profitto, lasciando dietro di sé una tremenda scia di sangue. E ciò all'unico scopo di asservire, sottomettere, schiavizzare popoli e nazioni. Il leitmotiv del capitalismo contemporaneo rimane sostanzialmente identico, non dissimula la legge del profitto che spinge il capitalista ad estorcere il massimo valore aggiunto al lavoro dell'operaio, ad escogitare sempre nuove soluzioni per contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto, a considerare l'essere umano un accessorio del ciclo di produzione, alla stessa stregua della macchina alla quale lo incatenerebbe per un arco di tempo indeterminato se limiti fisiologici e anagrafici non lo impedissero. Capitalisti e proletari sono perciò su piani di confronto inconciliabili, e la lotta di classe, quale che sia la forma e l'intensità che può assumere in un dato momento storico, non può essere soppressa nel capitalismo poiché coincide col carattere antinomico di questo modo di produzione. L'epoca dell'imperialismo, a dispetto della fraseologia altisonante diffusa dagli ideologi della borghesia sul valore universale della democrazia politica, lega indissolubilmente la pratica rivoluzionaria della classe operaia alla politica reazionaria delle classi dominanti. Nessun elemento di novità, anche e soprattutto alla luce dei fatti che in questi ultimi anni hanno stravolto i rapporti di forza tra capitale e lavoro, può negare questo rapporto antitetico, che al contrario trova conferma nella logica binaria rivoluzione/controrivoluzione proprio nel dispiegamento palese della reazione nei paesi che avevano scalzato la borghesia come classe dominante. Il termine globalizzazione oggi è comunemente accettato come sinonimo di interconnessione stretta tra le economie di tutti i paesi. Marx ed Engels, già nel Manifesto del 1848, avevano colto la proporzione globale dello sviluppo capitalistico. Nella fase attuale la dimensione planetaria di tale fenomeno segna marcatamente la posizione subordinata dei governi nazionali agli interessi dei capitali finanziari internazionali, la cui politica di ingerenza diretta si sostituisce gradualmente e palesemente agli organi del potere formale. Il capitale continua incessantemente nell'opera di demolizione di ogni confine nazionale, ridisegnando brutalmente le mappe geopolitiche del mondo, abbatte ogni barriera che possa ostacolare il suo moto tentacolare. Le nuove forme di accordi economici già realizzati, sottolineano la direzione verso la quale i gruppi monopolistici intendono procedere per ritagliarsi ulteriori spazi di azione, affrancandosi dai vincoli normativi in materia di trasferimenti finanziari e di legislazione del lavoro. La stessa Unione Europea, concepita sugli accordi economici e finanziari di Maastricht e sulla moneta unica (che si propone come antagonista al dominio mondiale del dollaro statunitense e dello yen giapponese) si configura come una struttura sovranazionale dei poteri delle lobby bancarie più influenti sotto le insegne dell'aquila imperiale della Bundesbank. Responsabili in pectore dell'UE sono oramai il presidente della banca centrale e il ministro delle finanze della Repubblica Federale di Germania. Le borse valori sono il sismografo che registra le oscillazioni dello stato dell'economia che rileva le avvisaglie di un' onda sismica che non potrà non abbattersi sui paesi capitalistici più industrializzati. Una massa abnorme di capitale monetario vaga per i mercati mondiali alla ricerca del capital gain che può solo ottenere con lo spietato attacco al lavoro. Il volume dei capitali che viaggia da un capo all'altro dei continenti, in forma di lucrosi investimenti industriali e di flussi finanziari che muovono indici borsistici che si impennano o crollano, denota inequivocabilmente quale è la strada che percorre la ricchezza prodotta dai lavoratori. Sempre più frequentemente si raccolgono le preoccupazioni degli stessi economisti della borghesia, che avanzano il timore che si possa innescare una reazione a catena incontrollata, un crac simile a quello che nel '29 avviò la fase di grande depressione del capitalismo prima della seconda guerra mondiale. Significativo del clima di incertezza è l'andamento di un indice borsistico separato, il Nasdaq, che avrebbe lo scopo precipuo di evidenziare l'evoluzione della new economy, un criterio moderno di gestire gli affari attraverso le grandi potenzialità che offrono i sistemi integrati telematici. Ma aver dotato il capitalismo di un "propulsore turbo" non è sufficiente per mascherare lo squilibrio finanziario ed evitare le manovre speculative che colpiscono le borse, anche se gli specialisti insistono sulla 'volatilità" del valore dei titoli, per giustificare la crisi del settore. Le recenti crisi finanziarie di Messico, Russia, Brasile e di altre importanti economie del sud-est asiatico hanno assunto, nel volgere di breve tempo, estensioni vastissime; hanno evidenziato la punta dell'iceberg di un fenomeno di proporzioni larghissime. Gli istituti di credito internazionali, con a capo il FMI, una emanazione diretta dei maggiori paesi industrializzati, finanziano le banche centrali costrette ad intervenire a sostegno delle divise forte mente svalutate per impedire il tracollo generalizzato delle proprie economie. Le vittime innocenti di questo ignobile traffico di capitali dei gruppi affaristici sono i popoli, i lavoratori, i proletari, che vedono drasticamente ridursi il loro tenore di vita per le manovre dei governi centrali che, per volere del FMI, adottano misure restrittive, tagliando il bilancio dello Stato, privatizzando e liberalizzando il "mercato del lavoro". Guerre civili, criminalità organizzata sempre più spietata, assalti ai negozi, grandiose manifestazioni, scioperi, rivolte, repressioni della polizia, caratterizzano tragicamente il profilo sociale di queste importanti realtà del mondo torchiate da un capitalismo senza più freni. Persino il keynesismo degli anni trenta, intervenuto come strumento di politica economica in un momento particolarmente critico per il capitalismo, rappresenta oggi per le tronfie lobby affaristiche un vecchio oggetto da rottamare. Siamo giunti all'apogeo della deregulation, del laissezfaire, all'apologia del libero mercato che fagocita gli Stati e le nazioni e che soggioga i popoli col pugno di acciaio. La crisi generale che ha investito il sistema capitalistico mondiale, per le caratteristiche nuove del contesto storico in cui procede il declino della borghesia imperialista, ha assunto connotati eccezionali. Un primo elemento di valutazione ci deriva dal periodo straordinariamente lungo in cui si trascina la crisi economica, che costringe la borghesia imperialista alla ricerca frenetica di ogni possibile tecnica per valorizzare un capitale sempre più ampio e sempre più sbilanciato nella sua componente fissa. L'ammodernamento degli impianti richiede infatti masse monetarie sempre più consistenti. La fusione tra capitale industriale e finanziario e la loro concentrazione diventano perciò un imperativo per tutte le industrie nella lotta concorrenziale per mantenere i mercati e per conquistarne altri. Il risvolto di questa dinamica rende inattuabile ogni ipotesi che voglia coniugare nell'equilibrio sociale capitale e lavoro. Il paradosso di considerare la sanità, l'assistenza, la prevenzione e la cura della salute pubblica, un'attività aziendale da cui estrarre un ricavo, può bastare per dare la misura della sete di profitto della borghesia. Lo stesso apparato industriale subisce il sacco dei monopoli, che abbandonano interi comparti produttivi nei maggiori paesi industrializzati per dirigersi verso aree a basso costo di produzione, cosicché impianti per nulla obsoleti vengono chiusi, demoliti o trasferiti. Il processo di deindustrializzazione procede parallelamente all'aumento della produttività, indice effettivo di sfruttamento del lavoro umano. La tendenza all'aumento della disoccupazione e della povertà trova riscontro nelle cifre delle singole realtà dei maggiori paesi industrializzati, con la classica forbice che allarga la differenza tra i redditi dei ceti più ricchi e i redditi del proletariato, costretto a forme di lavoro sempre più precario e malpagato. Un altro elemento che si inserisce nella crisi del capitalismo è la conformazione del quadro internazionale. L'estensione improvvisa dell'area di ingerenza dell'imperialismo, dopo la disgregazione dell'URSS, ha avviato grandi tensioni, ha innescato conflitti armati in diverse zone dell'Europa e dell'Asia (Tagikistan, Azerbaigian, Georgia, Moldavia, Cecenia, Armenia, Bosnia, Albania, Jugoslavia) e ha spinto le potenze occidentali a sbilanciarsi apertamente per pianificare e realizzare i progetti di occupazione militare diretta anche in queste aree. L'allargamento della NATO verso Est è già di per sé l'ammissione esplicita degli intenti dell'imperialismo. Lo si è visto con la barbara aggressione che hanno subito i popoli dei Balcani ad opera delle forze imperialiste della NATO. Nell'orbita di gravità dell'Alleanza atlantica sono entrati tutti i paesi di quello che fu il Patto di Varsavia, compresa la Russia, all'interno della quale, con la formula della partnership for peace, anch'essa collegata alla NATO, i militari delle potenze imperialiste si esercitano con operazioni di pronto intervento. Il dispositivo bellico del capitale si allarga dunque a macchia d'olio e mette a segno interventi armati in tutte le aree di crisi, come in Jugoslavia, dove l'Italia fornisce un appoggio logistico alle mire egemoniche di diversi paesi imperialisti, Stati Uniti in testa. Nel sistema dei rapporti internazionali gli USA rivestono ancora il ruolo di massima potenza, ma appare chiaro che nuove forze si propongono per il controllo delle risorse naturali sulle aree strategiche del mondo. Le nazioni sconfitte nell'ultimo conflitto mondiale oggi influenzano in modo determinante l'economia internazionale e risentono esse stesse della crisi generale del sistema capitalistico. La Germania, alle prese con un tasso di disoccupazione che ha un riscontro solo nel periodo postbellico, svolge in Europa il ruolo di principale potenza economica ed ha già consolidato una sua vasta zona di influenza, esige un seggio permanente al consiglio di sicurezza dell'ONU e mobilita propri contingenti armati con le cosiddette operazioni di peace keeping. Il Giap pone, scosso da una crisi finanziaria eccezionale, si pone come seconda potenza economica mondiale, e pretende di rivendicare un maggior peso politico nelle controversie internazionali. In Asia l'espansione economica della Cina (nella quale affluiscono massicci capitali occidentali, permettendo alle multinazionali di realizzare straordinari profitti per il minor costo di produzione di molti beni di consumo) accende ulteriori elementi di contrasto commerciale in un bacino in cui si confrontano altre grandi potenze economiche già affermate o emergenti. In questo mercato sempre più affollato di "venditori di merci" gli USA assumono sempre più la veste di consumatori piuttosto che di produttori (ne è prova il pesante deficit commerciale che viaggia intorno ai 350 miliardi di dollari). Rimane a questa nazione la leadership nei settori più sofisticati della scienza e della tecnologia, ma, soprattutto, detiene saldamente il ruolo di gendarme mondiale, al quale non rinuncia, pur in presenza al proprio interno di una situazione sociale gravissima, continuando ad orientare una parte consistente della spesa pubblica al mantenimento del suo potente apparato militare. In questo scenario di guerra allo stato latente (ma che già preannuncia uno scontro aperto di grandi dimensioni), il capitale, proseguendo senza sosta nella sua folle politica di sfruttamento degli uomini e delle risorse naturali, attesta che è in corso un'altra spartizione del mondo.

venerdì 17 giugno 2011

La guerra popolare nel "libretto rosso"

L'ascesa della Cina come superpotenza mondiale è sotto gli occhi di tutti, con le peculiarità e le contraddizioni che comporta l'innesto di un modo di produzione capitalistico su un regime sociale postcomunista.
Alla radice del comunismo cinese c'è Mao Tse-tung, guida del Partito comunista cinese, a lungo un punto di riferimento per il pensiero marxista-leninista. Operai, contadini, soldati e intellettuali della Cina hanno fatto del suo pensiero una vera e propria bussola e tratto dalle sue opere insegnamenti teorici e pratici. Le citazioni che compongono il "Libretto rosso" consegnano nella sua integrità il pensiero maoista, uno strumento di lotta ideologica che ha infiammato gli animi di milioni di uomini.
"Quando le masse si saranno impadronite del pensiero di Mao Tse-tung", scrisse Lin Piao, "esso diventerà una inesauribile sorgente di forza, una bomba atomica spirituale di potenza senza pari".
<VIII. La guerra popolare
Poiché la guerra rivoluzionaria è la guerra delle masse popolari, è possibile condurla soltanto se si mobilitano le masse popolari, soltanto se ci si appoggia sulle masse popolari.
"Maggior sollecitudine per la vita del popolo, maggior attenzione ai metodi di lavoro" (27 gennaio 1934), Opere scelte dl Mao Tse-tung, vol. I.
Che cosa costituisce una vera muraglia insuperabile? Il popolo, le immense masse di popolo che sostengono con tutto il cuore e tutti i pensieri la rivoluzione. E' questa una vera muraglia insuperabile, che non cadrà mai, che nessuna forza potrà abbattere. La controrivoluzione non ci abbatterà, saremo noi ad abbatterla. Dopo aver raggruppato le masse popolari attorno al governo rivoluzionario e dato nuovo impulso alla nostra guerra rivoluzionaria, noi sapremo distruggere completamente la controrivoluzione, sapremo liberare tutta la Cina.
"Maggior sollecitudine per la vita del popolo, maggior attenzione ai metodi di lavoro" (27 gennaio 1934), Opere scelte di Mao Tse-tung, vol. I.
Le grandi forze della guerra hanno le loro sorgenti profonde nelle masse popolari. E' soprattutto perché le masse del popolo cinese sono disorganizzate che il Giappone si è sentito incoraggiato ad aggredirci. Basta che noi rimediamo a. questa insufficienza, e l'invasore giapponese, di fronte alle centinaia di milioni di uomini del popolo cinese sollevati, si troverà come il bufalo selvaggio di fronte a una barriera di fuoco: ci basterà emettere un grido nella sua direzione perché esso, per il terrore, si getti nel fuoco e sia bruciato vivo.
"Sulla guerra di lunga durata" (maggio 1938), Opere scelte di Mao Tse-tung, vol. II.
Gli imperialisti commettono tali vessazioni contro di noi che occorre prendere serie misure nei loro confronti. Non soltanto ci occorre un potente esercito regolare, ma è anche necessario allestire divisioni della milizia popolare. Così', se volesse invadere il nostro paese, l'imperialismo si vedrà privato di ogni libertà d'azione.
Intervista con un giornalista della Agenzia Hsinhua (29 settembre 1955).
Dal punto di vista della guerra popolare considerata nel suo insieme, la guerra popolare di partigiani e le operazioni dell'Esercito rosso quali forze principali si completano a vicenda come le due mani dell'uomo. Avere soltanto le forze principali costituite dall'Esercito rosso, senza la guerra popolare dei partigiani, sarebbe come combattere con una mano sola. In termini concreti, e in particolare dal punto di vista delle operazioni militari, quando parliamo della popolazione delle basi d'appoggio come di uno degli elementi della guerra, parliamo del popolo in armi. E' questa la ragione principale del fatto che l'avversario considera pericoloso avventurarsi tra le nostre basi d'appoggio.
"Problemi strategici della guerra rivoluzionaria in Cina" (dicembre 1936), Opere scelte di Mao Tse-tung, vol. I.
Indubbiamente l'esito della guerra è determinato soprattutto dalle condizioni militari, politiche, economiche e naturali nelle quali si trovano le parti belligeranti. Ma ciò non è tutto. L'esito della guerra è determinato anche dalla capacità soggettiva dei comandanti. Il capo militare non può cercare di conseguire la vittoria uscendo dai limiti posti dalle condizioni materiali, ma la può e la deve conquistare entro questi limiti. Sebbene il campo di attività del capo militare sia limitato da condizioni materiali oggettive, in questo campo egli può impostare azioni vive, brillanti, di un'epica grandezza.
"Problemi strategici della guerra rivoluzionaria in Cina" (dicembre 1936), Opere scelte di Mao Tse-tung, vol. I.
La guerra non ha altro scopo se non quello di "conservare le proprie forze e distruggere quelle del nemico" (distruggere le forze del nemico significa disarmarle, "privarle di ogni capacità di resistenza," e non distruggerle tutte fisicamente). Nell'antichità, per fare la guerra ci si serviva di lance e di scudi: la lancia serviva ad attaccare e a distruggere il nemico, lo scudo a difendere e a conservare se stessi. Fino ai giorni nostri, dallo sviluppo di questi due tipi di armi derivano tutti gli altri sviluppi. I bombardieri, le mitragliatrici, l'artiglieria a lunga gittata, i gas sono sviluppi della lancia, mentre le trincee, i caschi d'acciaio, le fortificazioni di cemento armato, le maschere antigas, sviluppi dello scudo. I carri d'assalto costituiscono un'arma nuova, in cui si combinano la lancia e lo scudo. L'attacco è il mezzo principale per distruggere le forze del nemico, ma non è possibile prescindere dalla difesa. L'attacco mira a distruggere direttamente le forze del nemico, e nello stesso tempo a conservare le proprie forze, poiché se non si distrugge il nemico, sarà il nemico a distruggere voi. La difesa serve direttamente alla conservazione delle forze, ma è nello stesso tempo un mezzo ausiliario d'attacco o un mezzo atto a preparare il passaggio all'attacco. La ritirata è in rapporto con la difesa, ne costituisce una continuazione, mentre l'inseguimento costituisce una continuazione dell'attacco. Va notato che tra gli scopi della guerra, la distruzione delle forze del nemico è lo scopo principale, e la conservazione delle proprie forze lo scopo secondario, poiché non è possibile garantire efficacemente la conservazione delle proprie forze se non distruggendo in massa le forze del nemico. Da ciò consegue che l'attacco, in questo mezzo fondamentale per distruggere le forze del nemico, svolge il ruolo principale e che la difesa, in quanto mezzo ausiliario per distruggere le forze del nemico e in quanto è uno tra i mezzi per conservare le proprie forze, svolge un ruolo secondario. Sebbene in pratica si ricorra in numerose situazioni soprattutto alla difesa e, in altre, soprattutto all'attacco, quest'ultimo resta tuttavia il mezzo principale; ciò se si considera lo sviluppo della guerra nel suo insieme.
"Sulla guerra di lunga durata" (maggio 1938), Opere scelte di Mao Tse-tung. vol. II.
Tutti i principi direttivi delle operazioni militari derivano senza eccezione da un principio fondamentale, quello di cercare fin dove è possibile di conservare le proprie forze e di distruggere quelle del nemico... Posto ciò, come possiamo giustificare l'esaltazione che facciamo del sacrificio degli eroi? Ogni guerra esige il suo prezzo, talvolta un prezzo altissimo. Ma ciò non è in contraddizione con il principio di conservare le proprie forze? In realtà non c'è affatto contraddizione, o per essere più precisi, c'è unità degli opposti. Perché tale sacrificio è indispensabile non solo per distruggere il nemico ma anche per conservare le proprie forze - la "non conservazione" (sacrificarsi e pagare il prezzo) è necessaria in senso parziale e temporaneo per conservare le proprie forze in senso assoluto e permanente. Da questo principio fondamentale consegue una serie di principi che governano tutte le operazioni militari; dai principi del comportamento in battaglia (copertura e sfruttamento della potenza di fuoco, la prima per conservare le proprie forze e il secondo per distruggere il nemico), ai principi strategici, che sono tutti improntati a questo principio fondamentale. Tutti i principi riguardanti l'addestramento militare, la tattica, le campagne militari e la strategia forniscono le condizioni per l'applicazione di questo principio fondamentale. Il principio di conservare le proprie forze e di distruggere quelle del nemico è alla base di tutta l'arte militare.
"Problemi strategici della guerra partigiana antigiapponese" (maggio 1938), Opere scelte di Mao Tse-tung, vol. II.
Ecco i nostri principi militari:
1. Attaccare dapprima le forze nemiche disperse e isolate, e successivamente le forze nemiche concentrate e potenti.
2. Impadronirsi dapprima delle Città piccole e medie e delle vaste regioni rurali, e successivamente delle grandi città.
3. Fissare come obiettivo principale l'annientamento delle forze vive del nemico, e non la difesa o la conquista di una città o di un territorio. La possibilità di conservare o di conquistare una città o un territorio risulta dall'annientamento delle forze vive del nemico, e spesso una città o un territorio non possono venir conservati o conquistati definitivamente se non dopo che sono passati numerose volte da una mano nell'altra.
4. Per ogni battaglia, concentrare forze di una superiorità assoluta (due, tre, quattro e talora persino cinque o sei volte quelle del nemico), accerchiare completamente le forze nemiche, sforzandosi di annientarle totalmente, senza dar loro la possibilità di sfuggire dalla rete. In certi casi particolari, infliggere al nemico colpi micidiali, vale a dire: concentrare tutte le nostre forze per un attacco frontale e per un attacco su uno dei fianchi del nemico o sui due, annientare una parte delle sue truppe e mettere in rotta il resto, allo scopo di permettere al nostro esercito di spostare rapidamente le sue forze per schiacciare altre truppe nemiche. Sforzarsi di evitare le battaglie di logoramento, in cui i guadagni sono inferiori alle perdite oppure le coprono appena. Cosi, benché nell'insieme siamo (numericamente parlando) in stato d'inferiorità, godiamo di una superiorità assoluta in ogni determinato settore, in ogni battaglia, il che ci garantisce la vittoria sul piano delle operazioni. Con l'andar del tempo, noi otterremo la superiorità d'insieme e alla fine annienteremo tutte le forze nemiche.
5. Non ingaggiare battaglia senza preparazione, né ingaggiare una battaglia di cui l'esito vittorioso non sia sicuro. Compiere i massimi sforzi per prepararsi bene ad ogni scontro e per garantirsi la vittoria in un dato rapporto di condizioni stabilito tra il nemico e noi.
6. Applicare pienamente il nostro stile di combattimento bravura, spirito di sacrificio, sprezzo della stanchezza e tenacia nei combattimenti continui (scontri successivi scatenati in un breve lasso di tempo e senza riposo alcuno).
7. Sforzarsi di annientare il nemico ricorrendo alla guerra di movimento. Nello stesso tempo, attribuire la dovuta importanza alla tattica d'attacco delle posizioni, allo scopo di impadronirsi dei punti fortificati e delle città del nemico.
8. Per quanto riguarda l'attacco alle città, impadronirsi risolutamente di tutti i punti fortificati e di tutte le città debolmente difese dal nemico. Impadronirsi nel momento propizio di tutti i punti fortificati e di tutte le città che il nemico difende moderatamente, a condizione che le circostanze lo permettano. Quanto ai punti fortificati e alle città che il nemico difende potentemente, aspettare che le condizioni siano mature, e poi impadronirsene.
9. Integrare le nostre forze con l'aiuto di tutte le armi e della massima parte degli effettivi sottratti al nemico. Le fonti principali di uomini e di materiale per il nostro esercito sono al fronte.
10. Saper mettere a profitto l'intervallo tra due campagne per riposare, per istruire e per consolidare le nostre truppe. I periodi di riposo, d'istruzione e di consolidamento non devono essere, in generale, molto lunghi, e, nella misura del possibile, non si deve lasciare al nemico il tempo necessario per riprendere fiato.
Questi sono i metodi principali applicati dall'Esercito popolare di liberazione per battere Ciang Kaishek. Essi sono stati elaborati dall'Esercito popolare di liberazione nel corso di lunghi annidi combattimenti contro i nemici interni ed esterni, e si addicono perfettamente alle nostre attuali condizioni... La nostra strategia e la nostra tattica si fondano sulla guerra popolare; nessun esercito che si opponga al popolo può utilizzare la nostra strategia e la nostra tattica.
"La situazione attuale e i nostri compiti" (25 dicembre 1947), Opere scelte di Mao Tse-tung, vl. IV.
Senza preparazione, la superiorità delle forze non è una effettiva superiorità, né è possibile avere l'iniziativa. Se si comprende questa verità, determinate truppe, inferiori di forze ma preparate, possono spesso, con un attacco a sorpresa, battere un nemico superiore.
"Sulla guerra di lunga durata" (maggio 1938), Opere scelte di Mao Tse-tung, vol. II.>



giovedì 19 maggio 2011

SCEPSI European School of Social Imagination San Marino

San Marino - the first conference of SCEPSI



http://th-rough.eu/side-projects/san-marino-first-conference-scepsi


Reinventing the autonomy of knowledge is the task of our time. It’s not only a political task. The epistemic foundation of research and learning as autonomous activities is at stake, when dogmas of profit, growth, competition take the lead in the old institutions of production and transmission of knowledge. This is why we are calling students and researchers, artists and scientists and social activists to gather in the first conference of SCEPSI that will take place in San Marino, on May 20 and 21, 2011. Protests against the financial aggression and the destruction of the public school in the European continent are spreading, but we have to create new institutions, aimed to self organization of cognitive workers and to the reactivation of social sensibility and imagination. The conference will be the first act of the activity of the European School of Social Imagination, that in the next year will organize seminars in San Marino, and in European cities like Helsinki, London, and Oslo. The activity of the School starts from four questions that will be discussed during the conference. These questions will be foundational for the emergent curriculum of the first year of seminars and engagements of the European School for Social Imagination. The following is the program of the conference, that may change slightly during the next weeks.